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USA Ovest

DA SAN FRANCISCO ALLA PROVINCIA AMERICANA, PASSANDO PER I PARCHI DEL SOUTHWEST

DA SAN FRANCISCO ALLA PROVINCIA AMERICANA, PASSANDO PER I PARCHI DEL SOUTHWEST - In viaggio con Ricky

foto: Zabriskie point, Death Valley (California, Stati Uniti)

 

INTRODUZIONE:

Il nostro viaggio nacque inconsapevolmente nel gennaio del 2005, quando  Krystyna, una delle sorelle di Elisabetta, si trasferì negli Stati Uniti per amore e dopo alcuni mesi sposò Jeremy. Adesso i due non sono più soli e la famiglia si è allargata, dapprima con l’arrivo di Izabella due anni fa e successivamente con l’arrivo di Benjamin. A questo punto la nostra visita non era più procrastinabile, in quanto cresceva in noi il desiderio di conoscere i nostri nipotini - cuginetti.

 

LETTURE:

Viaggio con Charley (Travels with Charley), John Steinbeck

Sulla Strada (On the Road), Jack Kerouac

 

LE NOSTRE SERIE TV:

Le strade di San Francisco (The Streets of San Francisco), con un giovane Michael Douglas nel ruolo dell’agente Steve Keller.

Ai confini dell’Arizona (The High Chaparral), con una bellissima Linda Cristal nel ruolo di Victoria Cannon Montoya.

Grey’s Anatomy

 

PROGETTAZIONE DEL VIAGGIO:

Il viaggio è stato organizzato in autonomia, i punti fermi dell’arrivo a San Francisco e del Battesimo di Benjamin il 26 Giugno ci hanno consentito di strutturare l’itinerario in due parti: la prima, di due settimane, da spendere tra San Francisco ed il “tour” itinerante nei parchi del Southwest, la seconda, di una settimana, da dedicare alla visita di Krystyna e della sua famiglia nello stato di Washington.

Non avendo avuto precedenti riscontri personali sul campo, l’itinerario è stato pianificato a tavolino tenendo conto dei tempi di trasferimento e degli operativi dei voli, inserendo all’interno del “tour” itinerante un paio di giorni “jolly” che, in caso di contrattempi, ci avrebbero permesso di modificare in corsa il nostro programma.

Stanziato il budget a nostra disposizione, fissate le date, acquistati i biglietti dei voli intercontinentali e dei voli interni tramite i portali delle compagnie aeree, non mi restava che noleggiare la macchina, trovare gli alloggi migliori per le nostre esigenze, stipulare l’assicurazione sanitaria e compilare il modulo ESTA sul sito della ambasciata americana in Italia.

Oltre ai preziosi consigli avuti da alcuni amici che erano già stati sul posto, mi sono stati di grande aiuto alcuni siti istituzionali (Parchi Nazionali, Parchi Statali, Trasporti Urbani a San Francisco e nella Bay Area), ed alcuni portali come Vacanzeinamerica, Turisti per Caso e Ci Sono Stato, nei quali ho raccolto importanti informazioni seguendo i forum e leggendo numerosi resoconti di viaggio.

La fase di progettazione, contando i tempi “morti”, mi ha impegnato per circa un anno e mezzo, anche se la fase operativa vera e propria ha avuto inizio solo a Dicembre 2009, con la prenotazione dei voli intercontinentali e di qualche alloggio situato in posti strategici (all’interno o nelle vicinanze dei parchi).

 

GUIDA:

Lonely Planet – Stati Uniti occidentali.

 

PERIODO:

Da sabato 12 Giugno a domenica 4 Luglio 2010.

 

PARTECIPANTI:

Riccardo, Elisabetta e Stefano.

 

VOLI:

Venezia – Parigi CDG (operato da Air France, 1 ora e 50 minuti di volo)

Parigi CDG – San Francisco (operato da Air France, 11 ore e 10 minuti di volo)

Las Vegas – Portland (operato da Southwest, 2 ore e 20 minuti di volo)

Seattle – Atlanta (operato da Delta, 4 ore e 50 minuti di volo)

Atlanta – Parigi CDG (operato da Air France, 8 ore e 20 minuti di volo)

Parigi CDG – Venezia (operato da Air France, 1 ora e 40 minuti di volo)

 

MEZZI DI TRASPORTO:

Come accennato nella sezione “Progettazione del viaggio”, abbiamo scelto di visitare i parchi del Southwest in macchina. Per un tragitto come il nostro, che prevedeva la località di check-in in California ed il drop off a Las Vegas, non era prevista la tassa aggiuntiva di “sola andata” (Oneway fee). Avevo con me anche la patente di guida internazionale, però al momento della stipula del contratto ho presentato solo quella italiana. Prima di accettarla però, l’impiegato della compagnia di noleggio mi ha squadrato per benino, dato che la foto è quella di 28 anni fa, quando il documento è stato emesso. Ed io purtroppo non sono più quello!

 

ALLOGGI:

In un viaggio itinerante come il nostro, avevamo l’esigenza di cambiare alloggio quasi tutti i giorni, tranne che a San Francisco, Las Vegas ed Atlanta. Gli alloggi sono stati scelti accuratamente tenendo conto dello sviluppo del nostro itinerario, cercando di mediare tra qualità, prezzo e posizione strategica rispetto alle località da visitare. Durante il viaggio abbiamo usufruito di hotel, di bed and breakfast e di quella comoda invenzione americana che sono i motel.

 

ITINERARIO:

Giugno:     

12 Voli Venezia – Parigi – San Francisco California

13 San Francisco

14 San Francisco

15 San Francisco – Mariposa Grove (Yosemite NP) – Merced

16 MercedYosemite NP (Valley e Tioga Road) – Lee Vining

17 Lee Vining – Bodie SP – Mono Lake South Tufa NR – Death Valley NP

18 Death Valley NP – Nevada - Las Vegas

19 Las Vegas

20 Las VegasArizona - Utah - Bryce Canyon NP - Tropic

21 Tropic – Bryce Canyon NP – Arizona – Page

22 Page – Utah – ArizonaMonument Valley TP – Utah – ArizonaKayenta  

23 Kayenta – Grand Canyon NP – Tusayan

24 Tusayan – Grand Canyon NP – Williams

25 Williams – Nevada – Las Vegas, volo a Portland Oregon, trasferimento a Centralia Washington 

26 Centralia

27 Centralia, escursione a Mount St. Helens

28 Centralia

29 Centralia, escursione a Seattle

30 Centralia, escursione ad Olympia

 

Luglio:

01 Volo Seattle – Atlanta Georgia

02 Atlanta

03 Volo Atlanta - Parigi

04 Volo Parigi – Venezia

Vi chiederete il perché di Atlanta come città di partenza per il nostro rientro a casa, località completamente al di fuori del nostro itinerario. Il perché è presto detto. Fino all’ultimo momento infatti non sapevamo se Krystyna fosse rimasta a vivere a Centralia oppure si fosse trasferita in Georgia, come richiesto da suo marito Jeremy in numerose domande di lavoro. Alla fine, valutati attentamente i pro ed i contro, non volendo correre il rischio di trascorrere una settimana in Georgia e poi ritornare sulla costa ovest per prendere il volo per l’Europa, abbiamo optato per la soluzione adottata.

 

FUSI ORARI:

Rispetto all’Italia:

California, Nevada, Arizona, Oregon e Washington -9

Utah e Navajo Nation in Arizona -8

Atlanta - 6

 - In viaggio con Ricky

foto: murales a San Francisco (California, Stati Uniti)

 

DIARIO DI VIAGGIO:

Come già fatto nei viaggi precedenti, cercherò di trascrivere in questi appunti le emozioni, le sensazioni e le curiosità da noi provate e vissute. 

tratto dalla mia moleskine….

 

Sabato, 12 Giugno: in volo da Venezia a San Francisco e primi momenti in città

da Parigi….

Sotto le volte in legno del Terminal 2E dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, seduti su comode poltrone rosse vicino alla porta d’imbarco, leggiamo sui monitor informativi che fra circa 12 ore San Francisco ci accoglierà con il sole ed una temperatura di circa 25 °C, una situazione meteorologica opposta rispetto a questa fredda e piovosa mattinata parigina. Il Terminal 2E, completamente rifatto in vetro, acciaio e legno, è tristemente noto per il collasso strutturale del maggio 2004, a meno di un anno dalla sua inaugurazione.

sul volo AF0084….

Lasciate alle spalle le cime innevate e le distese bianche di ghiaccio della Groenlandia, sorseggiando un bicchiere di champagne per aperitivo ed ascoltando nelle cuffie musica dei Muse, Elisabetta apporta una modifica al nostro programma della giornata e così decidiamo di prendere un taxi per il trasferimento dall’aeroporto al nostro hotel (che si trova nella 7th Street vicino a Market Street), anziché il treno della BART (Bay Area Rapid Transit) come originariamente pensato.

da San Francisco….

E’ circa la una del pomeriggio quando il datato Boeing 747-400 dell’Air France atterra all’aeroporto della città californiana, fondata dagli spagnoli nel 1776 come La misiòn de Nuestro Padre San Francisco de Asìs. Sbrigate abbastanza velocemente le pratiche doganali che consistono nella lettura del passaporto elettronico, la rilevazione delle impronte digitali e la foto digitale del viso, possiamo dare inizio alla nostra vacanza. Riccardo è esente da queste procedure in quanto è ancora minore di 14 anni. Tutte le cabine degli ufficiali di polizia della dogana espongono la bandiera statunitense.

Preso posto in hotel, ci muoviamo velocemente a piedi verso Market Street ed Union Square alla ricerca di un supermercato, dove fare provviste di acqua e generi alimentari per la colazione e lo spuntino del giorno dopo. Devo inoltre acquistare l’adattatore di corrente per ricaricare le batterie della fotocamera digitale.

Prime impressioni sulla città: è sabato pomeriggio e forse per questo c’è pochissimo traffico sulle ampie arterie che sezionano a reticolo la città. Agli incroci pedonali, l’approssimarsi dello stop viene scandito sul display del semaforo da un countdown di 10 o 15 secondi, con i numeri di colore rosso su sfondo nero. Sono circa 22 ore che siamo svegli ed abbiamo lasciato la nostra casa di Galleriano, ed ovviamente la stanchezza si fa sentire. Quasi quasi stiamo camminando per inerzia, in poche parole siamo groggy e così decidiamo di far ritorno in hotel per concederci un lungo e meritato riposo. Mi guardo bene in giro e noto che molte persone sono comunque più groggy di noi, sicuramente a causa di qualche viaggio, anche se completamente diverso dal nostro.

Ogni camera del nostro hotel è dedicata ad un cittadino di San Francisco, diventato famoso ed importante nei campi della letteratura, della musica e della cultura. La nostra è una double bed arredata con raffinatezza in stile vittoriano, con i copriletto coordinati con il colore delle pareti ed il rivestimento delle poltrone. Queste, poste vicino ad un’ampia finestra che dà sulla settima strada, formano un comodo angolo lettura assieme ad un tavolino in legno, sul quale si trova una bellissima macchina da scrivere d’epoca ed una lampada da tavolo.

 

Domenica, 13 Giugno: San Francisco

Stamattina San Francisco ci accoglie con un bellissimo sole incastonato nel cielo limpido ed azzurro, anche se un venticello fresco e sostenuto che spira dall’Oceano Pacifico ci obbliga ad indossare una felpa a maniche lunghe.

Avendo a disposizione solo due giorni da dedicare alla visita della città, cerchiamo di concentrare il tempo a nostra disposizione sui punti di maggior interesse. Seguiamo a grandi linee l’itinerario a piedi descritto dalla Lonely Planet, che prevede l’attraversamento di due tra i più importanti quartieri della città, quello cinese e quello italiano.

A Chinatown accediamo tramite la porta con il tetto in giada verde posta all’incrocio tra Grant Ave e Bush Street. E’ domenica mattina e la zona ci sembra ancora “addormentata”, la maggior parte delle attività commerciali situate su Grant Ave sono ancora chiuse, anche se alcuni negozi che vendono ricordi e souvenir per turisti incominciano ad alzare le serrande proprio al nostro passaggio. Arrivati all’incrocio tra Clay e Stockton Street, saliamo in ascensore al quarto piano di un anonimo edificio a visitare il Kong Chow Temple, dove tra bastoncini di incenso, candele fumanti, petali di rosa adagiati in appositi piattini e due fedeli che sorseggiano del the caldo, concentriamo i nostri sguardi e la nostra ammirazione al bellissimo altare color vermiglio. Pian piano intanto le viuzze del quartiere incominciano a prendere vita e numerose persone appartenenti alla comunità del dragone si danno appuntamento a Portsmouth Square. Anche noi decidiamo di concederci un momento di riposo e ristoro, seduti proprio su una panchina in legno di quello che è considerato il “salotto” di Chinatown. Dal ponte in pietra che collega la piazza con il Chinese Culture Center si intravede sullo sfondo la Coit Tower.

Siamo ormai arrivati a North Beach, il quartiere italiano, marchiato con il tricolore sui pali neri della luce. La prima fermata in Columbus Ave è alla City Lights Bookstore, libreria di proprietà di Lawrence Ferlinghetti. Assieme a Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs ed altri, fondò negli anni ’50 il movimento artistico, poetico e letterario della Beat Generation, consacrando così San Francisco a capitale statunitense della letteratura. Il negozio si sviluppa su tre piani (seminterrato, piano terra e primo piano), il pavimento in legno scricchiola ad ogni passo dei visitatori, giriamo tra gli scaffali pieni di opere e respiriamo il suo essere tuttora una istituzione vitale per la controcultura e le correnti artistiche d’avanguardia della città. E dell’intero  paese. E’ ora di pranzo, ritorniamo indietro di qualche isolato e prendiamo posto tra i tavoli neri della House of Nanking, seduti proprio sotto ad una foto che ritrae il proprietario, Mr. Fang, con un giovanissimo Sean Penn. Gustiamo dei deliziosi gamberoni fritti con erbe aromatiche, mentre Elisabetta si avventura in bocconcini di pollo fritto, serviti con glassa alle mandorle e patate lesse tagliate a fettine e servite con la buccia. Dopo la scorpacciata, riprendiamo la strada in leggera salita di Columbus Ave, passiamo dapprima davanti ad una delle prime chiese costruite in città, la National Shrine of St. Francis of Assisi, dove si sta celebrando la santa messa della domenica, e successivamente davanti a numerosi ristoranti che tradiscono le origini del nostro paese. Arrivati nell’animata Washington Square, affrontiamo con calma le pendenze arcigne di Filbert Street per raggiungere la Coit Tower, a Telegraph Hill. Da lassù, tra la fitta vegetazione, si possono ammirare degli scorci suggestivi sulla baia e l’imponente Bay Bridge, ponte che collega San Francisco ad Oakland. Ritorniamo giù spediti per Filbert Street e poi di nuovo su a fatica (e con un po’ di fiatone) per Lombard Street, fino alla via più tortuosa del mondo, dove tra piante di ortensie ed azalee, graziose casette, pappagalli verdi con la testa rossa ed il becco giallo mimetizzati tra il fogliame degli alberi, assistiamo al pellegrinaggio di macchine che scendono zigzagando a passo d’uomo dai tornanti più famosi della città.

E’ ora di riprendere la via del ritorno per Union Square, saliamo sulla Cable Car della linea Powell & Hyde Sts alla fermata posta proprio in cima ai tornanti di Lombard Street. Il veicolo è diviso in due parti quasi uguali: quella posteriore, chiusa, ha i seggiolini per i passeggeri all’interno del vagone, quella anteriore invece, aperta, ha due file di seggiolini che danno verso l’esterno, oltre al piedistallo sul quale stanno in piedi le persone che non trovano posto a sedere. Tra le due file di seggiolini si trovano le leve manuali di guida, che vengono azionate dall’autista del mezzo per avanzare o frenare. L’entusiasmo di Riccardo e l’ebbrezza della prima volta ci contagiano, ci fiondiamo sul vagone alla ricerca di tre posti “esterni”.

In Market Street (tra la quinta e la sesta strada), sia ieri che oggi ho notato un folto assembramento di persone. Mi avvicino timidamente a loro, sbircio tra la folla ed intravedo una fila di tavoli sui quali si gioca a scacchi, con il “pubblico” che assiste alle mosse dei giocatori in religioso silenzio.

Nelle vie che si sviluppano a sud di Market Street è consuetudine imbattersi in senzatetto, ragazzini appartenenti a qualche gang, persone sotto l’effetto di stupefacenti o alcool, però nessuno di loro osa disturbare i passanti. Una volta arrivato in camera, mi siedo nell’angolo lettura ed apro la raccolta di poesie San Francisco Poems di Lawrence Ferlinghetti, acquistata stamattina alla City Lights. Ne trovo una dedicata a loro:

 

I SAW ONE OF THEM

I saw one of them sleeping

huddled under cardboard

by the Church of Saint Francis

I saw one of them

rousted by the priest

I saw one of them squatting in bushes

I saw another staggering

against the plateglass window

of a firstclass restaurant

I saw one of them in a phone booth

shaking it

I saw one with burlap feet

I saw one in a grocery store

come out with a pint

I saw another come out with nothing

I saw another putting a rope

through the loops of his pants

I saw one

with a bird on his shoulder

I saw one of them singing

on the steps of City Hall

in the so cool city of love

I saw one of them trying to give

a lady cop a hug

I saw another sleeping

by the Brooklyn Bridge

I saw another standing

by the Golden Gate

The view from there was great

 

Provo a tradurla:

VIDI UNO DI LORO

Vidi uno di loro che dormiva

rannicchiato sotto un cartone

accanto alla Chiesa di San Francesco

Vidi uno di loro

fatto alzare in piedi da un prete

Vidi uno di loro accovacciarsi nei cespugli

Vidi un altro vacillare

contro la vetrina

di un ristorante di prima classe

Vidi uno di loro in una cabina telefonica

scuoterla

Vidi uno con una tela ruvida ai piedi

Vidi uno in un negozio di alimentari

uscire con una pinta

Vidi un altro uscire

con niente

Vidi un altro mettersi una fune

tra i passanti dei suoi pantaloni

Vidi uno

con un uccello sulla spalla

Vidi uno di loro che cantava

sugli scalini del Municipio

nella città dell’amore

Vidi uno di loro provare

ad abbracciare una poliziotta

Vidi un altro che dormiva

accanto al ponte di Brooklin

Vidi un altro stazionare

accanto al Golden Gate

La vista da laggiù era bellissima

 

Come bellissima ed emozionante è la poesia.

 

Lunedì, 14 Giugno: San Francisco

Come avrete già capito leggendo gli appunti dei giorni scorsi, a San Francisco si incontrano le persone più strane e stravaganti. Ne abbiamo riprova stamattina sul tram della linea F che da Market Street ci porta al Pier 33. Si tratta dell’autista, un omone robusto di mezza età, di colore, che accoglie tutte le passeggere con un sorriso ed un complimento. In prossimità di ogni fermata ne elenca il nome ed i punti di interesse della zona a ritmo di rap. Un personaggio fantastico.

Arrivati all’Embarcadero, ci accorgiamo di essere circondati da una pellicola argentea di foschia, che rende sfuocati gli scorci sulla città alle nostre spalle. Anche il Golden Gate laggiù in fondo sulla sinistra è avvolto in una fitta nebbiolina e solo alcuni elementi del ponte sono visibili ad occhio nudo. Puntuali alle ore 11.00 salpiamo con il battello alla volta dell’isola di Alcatraz (dallo spagnolo pellicano), che fa parte del Golden Gate National Park. La visita al famoso penitenziario ha inizio sullo spiazzo di fronte al molo con un discorso di benvenuto da parte di un ranger, prosegue con la visione del filmato orientativo, con la passeggiata tra i vecchi edifici pericolanti e gli angoli più suggestivi dell’isola, in mezzo a piante selvatiche e nidi di gabbiani. L’ultima tappa del “tour” prevede la visita alla prigione vera e propria, che grazie all’aiuto delle audio guide in italiano si può fare tranquillamente da soli. Raggiunto il cortile dove i detenuti usufruivano dell’ora d’aria, mi siedo sui gradoni in cemento armato e cerco di isolarmi dal mondo che mi circonda; penso al film Fuga da Alcatraz interpretato da Clint Eastwood. Lui stava seduto proprio dove mi trovo io adesso. Riesco così ad ascoltare lo strillo dei gabbiani che volteggiano sopra di me, mentre il vento freddo che soffia impetuoso dall’Oceano mi taglia la pelle del viso come la lama di un rasoio. Soffia talmente forte che è complicato scattare le fotografie e riuscire a tenere parallele la linea dell’orizzonte con quella del mirino.

Rientrati sulla terra ferma ci dirigiamo a piedi verso Fisherman’s Wharf, dove dapprima passeggiamo tra i negozi ed i ristoranti del commerciale Pier 39, poi ci fermiamo a vedere la colonia di leoni marini sdraiati a pancia in su sulle banchine, ed infine una volta arrivati al Pier 41 gustiamo uno dei piatti tipici della città, la Clam Chowder. Si tratta di una zuppa di vongole, con pancetta tagliata a cubetti, cipolla tritata, patate e latte caldo, servita all’interno di una rosetta di pane alla quale viene tolta la mollica.

Terminato lo spuntino proseguiamo in direzione del Golden Gate. Il ponte è ancora nascosto dalla cappa di nebbia che lo ammanta come i tentacoli di una piovra, il vento ci appioppa delle violente frustate che ci fanno sballottare da una parte all’altra del marciapiede, ci fermiamo un momento davanti al mare e cerchiamo di capire dov’è stata registrata l’ultima scena del film Il cacciatore di aquiloni di Marc Foster, tratto dal famoso romanzo di Khaled Hosseini. Non riusciamo ad individuare con esattezza il luogo, probabilmente dovremmo procedere oltre Fort Mason, però la violenza del vento ci fa desistere. Decidiamo di ripararci nell’intimità di Ghirardelli Square e farci accarezzare la faccia dai caldi raggi del sole seduti su una panchina in legno.

E’ iniziata intanto da alcuni giorni la Coppa del Mondo di calcio in Sud Africa. Prima di coricarci io e Riccardo buttiamo distrattamente uno sguardo su ESPN alla partita Giappone – Camerun. Noto che in sovrimpressione viene continuamente riproposta la scritta: “Jerseys: Jap blue Cam yellow”. Tradotto: i giocatori del Giappone indossano la maglia blu mentre quelli del Camerun quella gialla. “Sono proprio strani questi americani” penso. Non dovrebbe essere così complicato capire senza l’ausilio della grafica che i giapponesi sono quelli con la pelle più chiara e gli occhi a mandorla, mentre i giocatori africani del Camerun sono quelli con la pelle scura. Più semplice di così! 

 - In viaggio con Ricky

foto: panorama da Olmsted point, Yosemite NP (California, Stati Uniti)

 

Martedì, 15 Giugno: San Francisco – Mariposa Grove (Yosemite NP) – Merced

E’ arrivato il momento di lasciare San Francisco, una città che ci sta entrando nel cuore. La giornata sarà lunga ed impegnativa, alle ore 7.30 sono già negli uffici della compagnia rent a car in O’Farrell Street a ritirare la macchina, una KIA Optima targata California 6JCY543. Una volta caricati i bagagli in hotel, ci dirigiamo verso est e durante l’attraversamento del maestoso e trafficato Bay Bridge, buttiamo un ultimo e malinconico sguardo sulle costruzioni bianche con il tetto a terrazza di Frisco.

La prima parte della giornata di oggi la possiamo definire come “la mattina dei paesaggi”. Dalla foschia “argentea” della baia di San Francisco, alle colline gialle con l’erba bruciata dal sole tra Oakland ed Hayward, dai grandi allevamenti di bovini di razza frisona (pezzata nera) tra Manteca e Merced, alle piantagioni di alberi da frutta nelle bellissime aziende agricole tra Madera ed Oakhurst. Sulla CA-99, sia ai bordi della strada che nello spazio divisorio tra le due carreggiate, crescono delle piante con fiori bianchi e rossi che a prima vista sembrano oleandri. Man mano che ci avviciniamo alla Sierra National Forest, i boschi di pini di alto fusto prendono velocemente il posto della vegetazione verde e bassa incontrata sulle colline che la precedono.

Arriviamo all’ingresso sud del Yosemite NP, alla stazione dei ranger acquistiamo per 80$ il pass di ingresso annuale ai parchi nazionali. Lasciata la macchina nel parcheggio e consumato lo spuntino di metà giornata, iniziamo la visita a piedi del bosco di sequoie di Mariposa Grove. Le Sequoiadendron giganteum, sono tra gli esseri viventi più antichi al mondo e quando ci troviamo di fronte ai primi esemplari segnalati dai cartelli, il Fallen Monarch, il Bachelor & Three Graces ed il Grizzly Giant, pensiamo a quanto scriveva John Steinbeck nel suo Viaggio con Charley:

”Le sequoie, una volta viste, lasciano un segno, ossia creano una visione che ti porti sempre dietro. Nessuno è mai riuscito a dipingere o a fotografare una sequoia. Il sentimento che producono non è trasferibile. Emanano silenzio e stupore. ……Sono le ambasciatrici di un altro tempo. ….Il più vano, il più trascurato, il più irriverente degli uomini, alla presenza di una sequoia subisce l’incantesimo della meraviglia e del rispetto”.

Tutto vero, caro John!

Durante il trail per il sentiero, tra rami secchi di pino, pigne ed alcuni esemplari rossi di snow plant, incontriamo diversi scoiattoli di varie specie.

Pernottiamo a Merced. Qui la presenza dell’immigrazione messicana si nota facilmente, i canali della televisione sono suddivisi tra quelli in lingua inglese e quelli in lingua spagnola, le targhe delle macchine oltre alla scritta California portano anche la scritta Mexico, i fast food offrono tacos, tortillas, empanadas e pescado, i cartelloni che si trovano ai lati delle strade pubblicizzano la partnership tra le aziende multinazionali e la nazionale messicana di calcio alla Coppa del Mondo 2010.

In un supermercato facciamo quello che si rivelerà come l’acquisto più importante di tutto il viaggio, un frigorifero portatile in polistirolo preso alla modica cifra di 3,80$. Reperire il ghiaccio negli Stati Uniti è la cosa più facile di questo mondo, gli hotel sono provvisti di distributori gratuiti, nei supermercati si trova a prezzi irrisori. Noi la mattina ne facevamo scorta, riempivamo dei sacchetti di nylon e lo mettevamo sul fondo del frigo. Questo ci permetteva di mantenere al fresco le bevande, la frutta e gli alimenti per tutto il giorno.

Prima di concludere la giornata, voglio raccontare un’altra stranezza degli americani. Nei bagni degli hotel, vicino al water, ho trovato perfino la presa di rete per connettere il pc ad internet, però fin qui non ho mai trovato il bidet. Mi chiedo: ma come faranno a …..? A voi l’ardua sentenza, dopo aver naturalmente dato sfogo alla vostra fantasia.

 

Mercoledì, 16 Giugno: Merced – Yosemite NP – Lee Vining

Apro la giornata con una bella realtà ormai consolidata in questi giorni. I dipendenti pubblici, gli impiegati, le commesse dei negozi, i passanti: sono tutti prodighi di consigli ed informazioni, elargiti sempre con grande gentilezza e con il sorriso sulle labbra.

Ripartiamo alla volta di Yosemite NP, nel quale accederemo questa volta da una delle entrate ovest: la Arch Rock Entrance. Tra Merced e Mariposa, sulla CA-140, continuiamo a vedere coltivazioni di alberi da frutta (mandorle, susine, pesche e pistacchi). Man mano che ci avviciniamo a Mariposa, il terreno diventa vallonato e ricoperto di erba secca gialla, si intravedono qua e là dei bovini neri al pascolo e qualche pozzo d’acqua alimentato a vento. Dalla strada principale si diramano di tanto in tanto delle stradine secondarie, sul cui ciglio giacciono le cassette della posta. Facciamo rientro nella Sierra National Forest, percorriamo una lunga vallata a V solcata dal Merced River finché una sbarra e la stazione dei ranger ci fanno capire che ci troviamo nuovamente nel parco. Dopo poche miglia di strada al suo interno, Yosemite ci sbatte in faccia senza preavviso le sue bellezze: acqua, pareti di granito e vegetazione lussureggiante, in pratica tutta l’essenza del suo essere.

Ci fermiamo ad un primo belvedere ad ammirare la parete liscia di El Capitan (7569 piedi, 2307 metri) e le cascate Bridalveil dall’altra parte della strada. Proseguiamo fino al villaggio e dopo aver lasciato la macchina in uno dei grandi parcheggi, ci incamminiamo per i due percorsi che abbiamo in programma di fare: il Cook’s Meadow Loop ed il Lower Yosemite Fall. Entrambi sono classificati come facili e si possono fare anche in combinata, dato che hanno un punto in comune nella fermata n° 6 dello shuttle. Il primo trail si snoda tra una pista ciclabile e dei bellissimi prati verdi regno incontrastato di scoiattoli e cerbiatti. Una volta arrivati sul Sentinel Bridge, possiamo ammirare la mezza cupola dell’Half Dome (8836 piedi, 2693 metri). Il secondo invece è un loop che porta proprio alla base delle cascate Lower Yosemite, anche se dal percorso si possono intravedere anche le Upper Falls. Questo dovrebbe essere uno dei momenti migliori dell’anno per vedere le cascate, la neve infatti si sta ancora sciogliendo e quindi la portata d’acqua sta toccando i suoi massimi valori.

Verso le ore 14.30 usciamo dalla valle, svoltiamo a destra e prendiamo la CA-120, comunemente conosciuta come Tioga Road, la quale in un’ottantina di miglia ci porterà all’uscita est del parco.

L’itinerario di questo pomeriggio e dell’intera giornata di domani è stato in sospeso fino a pochi giorni fa. Infatti il Tioga Pass è stato aperto solo domenica 6 Giugno. Ovviamente avevamo in mano un itinerario alternativo, ma per motivi scaramantici non avevamo mai voluto prenderlo in seria considerazione, fiduciosi che il destino avrebbe fatto la sua parte. La strada, bagnata da rivoli d’acqua creati dallo sciogliersi della neve ai suoi lati, si snoda tra boschi di pini, laghetti, stagni e vedute mozzafiato sulla valle. Il tragitto va fatto con calma e gustato metro dopo metro, consigliamo di fermarsi a più lookout possibili, anche a quelli non segnalati sulle mappe. In un belvedere abbiamo incontrato una colonia di marmotte che si mettevano in posa per farsi fotografare, in un’altro abbiamo visto topi e scoiattoli. Siesta Lake, Olmsted Point, Tenaya Lake e Tuolumne Meadows, tutti offrono delle viste bellissime. Peccato che il visitor center ed i servizi di Tuolumne Meadows fossero ancora chiusi. Dopo aver percorso una strada in discesa sprovvista di parapetto, che per lunghi tratti ha avuto una pendenza del 8%, arriviamo nella piccola Lee Vining per il tramonto sul Mono Lake.

A Yosemite è forse legato l’unico e vero grande rimpianto del nostro viaggio: non aver trovato mezz’oretta di tempo per visitare la galleria di fotografie di Ansel Adams.

Due parole sui rifornimenti di benzina, che qui viene chiamata unleaded. A differenza dell’Italia, le pompe di benzina sono di colore nero, mentre le poche di gasolio sono di colore verde. La unleaded è divisa in tre tipi, in base al numero di ottani che contiene: 87 la Regular, 91 la Plus, 95 la Premium. Il rifornimento funziona con il pre pagato: si va alla cassa, si dichiara una cifra ipotetica di spesa, si eroga il carburante e poi si ritorna alla cassa per il conguaglio.

 

Giovedì, 17 Giugno: Lee Vining – Bodie SP – South Tufa NR – Death Valley NP

Quella che affrontiamo oggi è una delle giornate più lunghe ed impegnative, però al termine del viaggio risulterà una delle più belle ed emozionanti. Ci accompagna il solito cielo azzurro e una brezza fresca consueta a queste altitudini.

Quindici minuti prima delle nove (orario d’apertura) siamo già fermi davanti alla stazione dei ranger del Bodie State Park. Con precisione svizzera aprono la biglietteria ed alzano la sbarra in perfetto orario. La ghost town si raggiunge con un viaggio di circa 50 minuti da Lee Vining e le ultime tre miglia del percorso sono su una strada sterrata abbastanza accidentata. La cittadina ebbe il suo massimo splendore nella seconda metà del 1800, durante il periodo della corsa all’oro. La visita si sviluppa per le vie polverose e gli edifici in legno scampati all’incendio del 1932. Ci affacciamo alla chiesa, alla scuola, ad una drogheria, alla stazione dei carburanti; come tutti gli altri edifici sono quasi completamente chiusi. Ci muoviamo in un ambiente spettrale, avvolti nel silenzio che regna in queste valli remote. Lassù su una collina intravediamo le lapidi dei defunti. Pochi anni dopo l’ultimo incendio, negli anni quaranta del 1900, gli ultimi residenti lasciarono la città, che da quella volta è disabitata. Anche qui incrociamo numerosi scoiattoli e topi di campagna. Sotto le tettoie delle case invece gli uccelli hanno costruito numerosi nidi di terra e paglia, ed è un continuo via vai di adulti che portano il cibo ai piccini.

Lasciata Bodie ci rimettiamo sulla US-395 e dopo esserci fermati ad ammirare un bellissimo panorama del Mono Lake da Conway Summit, passiamo l’abitato di Lee Vining e dopo circa 5 miglia giriamo a sinistra imboccando la stradina che ci porta alla South Tufa State Natural Reserve. Entriamo così all’improvviso in un mondo fantastico, formato dalle acque calme ed azzurre del Mono Lake e dalle formazioni di tufo che escono dalla sua superficie. Sono delle vere e proprie torri piene di guglie, sopra le quali svolazzano i gabbiani (california gull). Il fenomeno è dovuto alla combinazione delle acque salate ed alcaline del lago, ricche di carbonato, con le acque delle sorgenti sotterranee ricche di calcio, che creano i pinnacoli di tufo. La zona orientale della Sierra Nevada, dove adesso si trova la contea di Mono, è stata a lungo la terra delle tribù indiane dei Northern Paiute e dei Mono Lake Paiute. Le acque del lago erano e sono ancora oggi ricche di mosche nere (alkali fly), che in lingua indiana si chiamano mono. Da qui il nome del lago.

Usciti dalla riserva, riprendiamo la US-395 che ci porterà giù giù fino a Lone Pine. Il panorama ai nostri lati è molto bello, formato da una tavolozza di colori in un continuo susseguirsi di salite e discese, che ci consentono di viaggiare costantemente ad una altitudine fra i 1300 ed i 2000 metri. Nella zona di Mammoth Lake il paesaggio è tipicamente alpino con alberi di alto fusto, poi man mano che si scende verso sud gli arbusti prendono il posto dei pini ed i monti hanno le cime spoglie. I colori che ci circondano variano dal verde scuro al marrone, dall’ocra al verde pastello.

E’ ormai consuetudine incrociare sul ciglio della strada dei cartelli con la scritta “Adopt a HWY” e subito sotto il nome di chi ha versato i fondi per adottarla (ditte private, associazioni, semplici cittadini, famiglie, ecc). Se il cartello non è stato ancora venduto c’è la scritta “Available”, cioè disponibile.

Nel tardo pomeriggio arriviamo nella Death Valley. Dapprima percorriamo una strada in piano, poi una lunga e tortuosa discesa che ci porta poco prima di Panamint Springs al Father Crowley Point, poi risaliamo fino al Towne Pass per poi ridiscendere velocemente a Stovepipe Wells, dove appena fuori il villaggio visitiamo le Mesquite Flat Sand Dunes. Dopo un lungo e confortevole viaggio in macchina, l’impatto con la calura della valle della morte è a dir poco disagevole. Riempito lo zainetto di bottiglie di acqua fresca, spalmate le labbra con il burro cacao, io e Riccardo partiamo alla scoperta di questo lembo di terra ricoperto da dune di sabbia. Elisabetta invece getta la spugna quando ci troviamo ancora nel parcheggio causa la forte calura. Ci addentriamo fino alle dune più alte, sulla sabbia vediamo le impronte di chi ci ha preceduti. Non tanti si direbbe, vista la quantità. Probabilmente la maggior parte dei visitatori si ferma nella piazzola antistante il parcheggio, oppure si avventura solo nella prima parte del trail. Rientriamo alla base dopo circa un’ora, grazie al sole calante sulla superficie sabbiosa si alternano degli spettacolari giochi di luci ed ombre.

Arriviamo al Furnace Creek Ranch poco prima del tramonto, il termometro della lobby segna 104,40 °F che equivalgono a 40,22 °C. Preso posto nella nostra fresca cabina, ci dirigiamo al ristorante per gustare una tenera New York steak. Gli americani, con la pinta di birra in mano, sono ammassati davanti alle televisioni ad assistere alla decisiva gara 7 della finale del campionato NBA di basket tra i Los Angeles Lakers ed i Boston Celtics, gara vinta dai californiani per 83 a 79.

 

Venerdì, 18 Giugno: Death Valley NP – Las Vegas

Dentro il Ranch ci sono tutti i servizi essenziali, oltre ad un campo di golf ed il Borax museum. Nella Death Valley c’erano diverse cave di questo cristallo bianco, noto anche come sodio borato. Veniva usato nella lavorazione del vetro, dello smalto, dei vasi in ceramica, dei detergenti e dei saponi. Nel museo sono esposte le attrezzature che venivano usate per l’estrazione del minerale verso la fine del 1800, mentre all’esterno ci sono alcuni esemplari di carri in legno. Venivano usati per trasportare la polvere estratta, erano trainati da una pariglia di venti muli e con un viaggio di dieci giorni raggiungevano Mojave, 165 miglia da qui. Con il caldo che fa in queste lande desolate della California, non è difficile credere che la traversata somigliasse ad un vero e proprio girone infernale, di dantesca memoria.

Per completare il nostro giro all’interno della valle della morte, stamattina abbiamo in programma il “tour” classico che si snoda a sud–est di Furnace Creek. Partiamo alle ore  8.00 dal Ranch e dopo circa 17 miglia ci troviamo a Badwater Basin, una distesa di sale situata 282 piedi sotto il livello del mare. Il sole sta pian piano facendo capolino da dietro le cime dell’Amargosa Range, il caldo è già soffocante, i raggi del sole vengono riflessi sulla spianata bianca di sale. Man mano che avanziamo nel bacino salato, la passeggiata di circa un chilometro e mezzo si fa sempre più difficile, a causa del caldo umido e di fastidiose mosche che ci ronzano sul viso, simili a quelle incontrate due anni fa ad Uluru in Australia. La fatica viene comunque ripagata da scorci bellissimi grazie al contrasto tra il bianco del sale, il nero delle montagne in controluce e l’azzurro del cielo. Sulla via del ritorno ci intrufoliamo nella stretta e tortuosa Artist’s Drive, che viene presentata sulle guide come scenic loop. La strada è ad una sola corsia di marcia e si incunea tra pareti di roccia in un continuo su è giù, immersa in un contesto di colori svariati, tanto da essere definita Artist’s Palette (la tavolozza degli artisti). Al belvedere riceviamo un refolo di aria fresca, che per noi rappresenta manna dal cielo. Rientrati sulla CA-190, svoltiamo a destra e dopo poche miglia arriviamo a Zabriskie Point. E’ un posto magico, composto dai sedimenti di un antico lago prosciugatosi 5 milioni di anni fa. L’ideale sarebbe sedersi su una panchina ed ammirare quella che sembra una vaschetta di gelato variegato alla vaniglia e cioccolato. E’ un paesaggio ipnotico che rapisce per la sua spigolosità ed i suoi colori. Terminiamo il “tour” ai 5475 piedi (1669 metri) di Dante’s View, proprio sopra Badwater Basin e di fronte a Telescope Peak (3368 metri), da dove si ha un ampio panorama dell’intera valle. Per fare l’intero giro ci abbiamo impiegato circa quattro ore.

Consumiamo lo spuntino di metà giornata sotto il fogliame di un albero della stazione di servizio di Amargosa Valley, poche miglia dopo aver fatto ingresso in Nevada, il Silver State. Il caldo continua la sua opera di disidratazione, tanto da riuscire a sciogliere le sottilette di formaggio dei sandwich e rendere le fette di pane bauletto secche come se le avessimo tostate.

A metà pomeriggio arriviamo a Las Vegas, dopo aver percorso 1000 miglia da quando abbiamo lasciato San Francisco. Il tutto senza aver mai sbagliato strada, grazie alla precisione di Google Maps ed al mio fidato navigatore Riccardo. Capiamo subito che Las Vegas è la città dell’eccesso allo stato puro: lo sfarzo, lo spreco, il paradosso ed il lusso ostentato. E’ paragonabile ad un grande salvadanaio e tutti i suoi visitatori, chi più chi meno, contribuiscono al suo riempimento.

Sui canali televisioni di news intanto, continuano a proporre informazioni, interviste e dibattiti sulla marea nera causata dalla fuoriuscita di greggio proprio davanti alle coste della Louisiana, nel golfo del Messico.

 

Sabato, 19 Giugno: Las Vegas

Scrivo i primi appunti della giornata sdraiato ai bordi della piscina del Circus Circus, mentre l’altoparlante diffonde ad alto volume le note di Bad Romance di Lady Gaga. In fase di progettazione del viaggio, avevamo inserito un giorno di “riposo” proprio a metà del nostro on the road, e quindi quale posto migliore di Las Vegas per concederci un giorno di svago. Abbiamo deciso inoltre di pernottare al Circus perché è uno dei pochi hotel casinò che accetta anche i bambini.

Las Vegas appunto, chiedi quello che vuoi e ti sarà dato. Penso non ci sia posto migliore al mondo per soddisfare con tale efficienza anche le richieste più fantasiose. Pensiamo per esempio ai matrimoni. Abbiamo visitato una cappella dove offrono veri e propri pacchetti tutto compreso per gli sposi (volo, hotel, documentazione, ricevimento, vestito, etc.). Appena usciti dalla visita, butto l’occhio su un grande cartellone che campeggia sopra i palazzi. A caratteri cubitali viene pubblicizzato uno studio di avvocati divorzisti che, a prezzi modici, offre la propria professionalità ed assicura di sbrogliare la matassa anche delle situazioni più complicate.

La città comunque mi da la sensazione di essere un posto di redenzione per molti visitatori: qui non esistono classi sociali e titoli che tengano, puoi essere magro od obeso, bello o brutto, giovane o vecchio, l’importante è che tu abbia dei dollari in tasca da spendere o una carta di credito. Questo ti da diritto di accedere facilmente a tutte le attrazioni. Anche qui fa caldo, la temperatura oscilla sui 35 °C e spira sempre un forte vento secco che prosciuga la gola. In macchina percorriamo più volte il Las Vegas Boulevard, conosciuto anche come The Strip. Una persona ridendo e scherzando mi ha detto che si chiama così non a caso: ci entri con il portafoglio pieno di bigliettoni verdi e quando arrivi in fondo ti ritrovi senza un Cent. Spogliato! Sul viale è un continuo brulicare di gente, anche nelle ore più calde della giornata. Sicuramente qui stiamo vivendo un’altra America rispetto a quella che abbiamo vissuto fino a ieri, e che rivivremo da domani.

Prima di coricarci, dalla finestra della nostra camera posta al 29° piano della Skyrise Tower, diamo un’ultimo sguardo alla Las Vegas sfavillante e piena di luci “by night”, mentre gli inservienti continuano a farci pervenire in camera tramite la fessura sotto la porta, volantini che pubblicizzano ristoranti, discoteche e massaggiatrici per tutti i gusti.

 

Domenica, 20 Giugno: Las Vegas – Bryce Canyon NP – Tropic

Come da giorni viene pubblicizzata in televisione, oggi negli Stati Uniti si festeggia la Festa del Papà. Noi invece dobbiamo affrontare un lungo trasferimento di circa 5 ore per le strade del Nevada, dell’Arizona e dello Utah, per arrivare al Bryce Canyon. Quella che ci scorre davanti è una pellicola di paesaggi meravigliosi. Dapprima il deserto del Nevada, circondato da catene montuose senza vegetazione color caffellatte, nel quale intravediamo qualche albero di yucca e dei lunghissimi treni merce, formati da più di cento vagoni. Lasciamo il Nevada ed attraversiamo brevemente le gole rocciose dell’Arizona, solcate dal Virgin River. Lasciato sulla nostra destra lo Zion NP, arriviamo a Cedar City nello Utah, prendiamo la UT-14 ed entriamo nel paesaggio montano della Dixie National Forest. Si sale, si sale fino all’incrocio con la UT-12 classificata come scenic byway. Ci fermiamo ad ammirare le pareti e le guglie rosse del Red Canyon, addentrandoci nel Mossy Cave Trail in un contesto di terra molto friabile e fiori gialli chiamati arrowleaf balsamroot. Il caldo di Las Vegas è ormai solo un ricordo, quassù sugli altipiani l’aria è rarefatta e fresca, anche se sopra di noi abbiamo costantemente il sole che splende. I cartelli luminosi sul lato della strada mettono in guardia i visitatori sull’elevato rischio di incendi per la giornata di oggi. Prendiamo posto nel bed & breakfast che abbiamo prenotato a Tropic, consumiamo velocemente un sandwich mentre rileggiamo le informazioni sul parco. Mettiamo in moto la KIA, ritorniamo indietro di alcune miglia sulla UT-12, svoltiamo a sinistra sulla UT-63 e dopo 4 miglia entriamo nel Bryce Canyon NP. Il parco, immerso nella Dixie Forest, si sviluppa su una strada chiusa di 18 miglia, sulla quale si affacciano i vari lookout. La nostra visita ha inizio da quello più lontano, il Rainbow Point. Da lì, percorrendo a ritroso la strada, ci fermiamo a Yovimpa Point, a Black Birch Canyon, a Ponderosa Canyon, ad Agua Canyon ed a Natural Bridge Point. Siccome sta velocemente arrivando il momento del tramonto, da Natural Bridge ci trasferiamo direttamente ad Inspiration Point e Sunset Point. Chi non ha mai visto immagini di Bryce Canyon prima di visitarlo, non immagina nemmeno quello che può trovare qui. Una distesa di pinnacoli di roccia rossa, chiamati hoodoo, formatisi per l’erosione della roccia causata dagli agenti atmosferici. Sullo sfondo gli altipiani (chiamati plateau) e le catene montuose create dalla compressione della crosta terrestre, che formò le Montagne Rocciose. La storia geologica di queste zone è ricca e complessa. Molti processi ed eventi hanno interagito tra di loro per creare e continuare tuttora a modificare questo paesaggio. Prima che si creassero gli hoodoo, era necessario che si creasse un terreno di sedimenti calcarei, per intrappolare i sedimenti calcarei era necessario un bacino, e per creare un bacino erano necessarie le montagne. Nel raggio di poche decine di miglia si possono visitare oltre al Red Canyon ed al Bryce Canyon, anche il Capital Reef NP ed il Grand Staircase Escalante National Monument. A Sunset Point riviviamo l’esperienza di due anni fa ad Uluru in Australia, con la roccia che cambia colore man mano che la luce del sole scompare all’orizzonte. Rientriamo verso Tropic, però prima di lasciare il parco ci fermiamo ad osservare un branco di cerbiatti al pascolo (mule deer), per nulla disturbati dai curiosi che come noi si fermano lungo il ciglio della strada a fotografarli.

In onore del paesaggio del parco, Elisabetta e Riccardo decidono di mangiare per cena un bisteccone alla Fairyland, ricoperto da uno strato di formaggio fuso e da una fetta di prosciutto. I due alimenti creano sulla carne la texture del classico paesaggio che si può ammirare nel parco sia da Fairyland Point che da Sunrise Point, da cui prende il nome anche un loop.

 

Lunedì, 21 Giugno: Tropic – Bryce Canyon NP – Horseshoebend - Page

Tonici e riposati, fatto il pieno di energie grazie all’abbondante colazione a base di uova strapazzate, bacon, patate in padella, pane tostato, succo di frutta e caffé, amorevolmente preparata dalla signora Nettie, ci trasferiamo nuovamente nel parco e questa volta ci fermiamo al Sunrise Point. Qui ha inizio il Queen’s Garden Trail, lungo circa tre chilometri e con un dislivello di 100 metri. In realtà avevamo in programma di fare il loop combinato Queen’s Garden Trail – Navajo Loop, però sapevamo già dalla sera precedente che il Navajo era impraticabile causa caduta massi. Dal Sunrise Point partono anche le escursioni nel canyon a dorso di mulo. Scendiamo attraverso lo stretto e spoglio sentiero tra rari pini douglas, qualche ciuffo giallo di arrowleafs balsamroot e piccoli scoiattoli che fanno capolino da dietro le rocce. Dietro ogni curva si nasconde una vista più bella dell’altra, sempre con un paesaggio diverso. Il canyon con la luce del sole a tre quarti offre il meglio di se. Anche durante questo hiking la scorta d’acqua è importante, consiglio di prendere la camminata con calma, sedendosi di tanto in tanto su qualche masso per ammirare il paesaggio circostante.

Prima di lasciare definitivamente il parco, ci fermiamo al Visitor Center a vedere il filmato orientativo della durata di venti minuti circa, che viene riproposto ogni mezz’ora.

Riprendiamo la macchina parcheggiata nello spazio adiacente il centro visitatori e ci incamminiamo per le 150 miglia che ci separano da Page in Arizona, il Grand Canyon State. Ripercorsa all’incontrario la UT-12, svoltiamo a sinistra sulla US-89 e scendiamo pian piano verso la nostra meta, in un paesaggio di montagna color ocra con bassa vegetazione. A Kanab, famosa per essere stata il set di famosi film western, la terra diventa di colore rosso essendo ricca di minerali ferrosi. Proseguiamo costeggiando da un lato un altipiano ricoperto da bassi arbusti e dall’altro il Paria Plateau e le Vermillon Cliffs. Durante il tragitto incrociamo un paio di riserve indiane, quella dei Paiute e quella dei Paria. Arrivati a circa 20 miglia da Page, dall’alto della US-89 si presenta davanti a noi un’immagine bellissima: le acque azzurre - verde smeraldo del Lake Powell formano delle anse tra le rocce rosse e color panna che le circondano. Arrivati a Page, invece di entrare nella cittadina e prendere posto nel nostro alloggio, tiriamo diritti fino all’Antelope Canyon e prenotiamo l’escursione di domani mattina con i Navajo. Dato che siamo nella loro terra, ci è sembrato giusto scegliere il “tour” organizzato da loro piuttosto che quelli offerti dalle numerose agenzie presenti in città. Prima del calar del sole andiamo a visitare l’Horseshoebend (letteralmente ansa a forma di scarpa di cavallo). Qui infatti il fiume Colorado forma un’ansa dalla caratteristica forma a ferro di cavallo. Si parcheggia la macchina in uno spiazzo sterrato, si fa una camminata di ¾ di miglia per scavalcare una collinetta ed arrivare al view point. Purtroppo non ci sono parapetti e protezioni, e per uno come me che ha paura del vuoto non è proprio l’ideale. Per scattare qualche fotografia mi “lego” fisicamente a Riccardo con una mano, mentre con l’altra cerco di azionare il pulsante di scatto della mia Canon. Il tutto ovviamente senza buttare l’occhio nello strapiombo che c’è sotto di noi. Il Colorado, a seconda dei fasci di luce che riceve dal sole, cambia tonalità di colori: dall’azzurro al blu, dal blu al verde scuro.

Girando per le strade di Page, visitando i supermercati ed entrando nei ristoranti si nota chiaramente che la maggioranza della gente è di etnia indiana.

La connessione ad internet gratuita tramite la rete wireless è disponibile dappertutto anche se ci troviamo in una zona desertica, ma purtroppo per chi come noi non è dotato di un pc portatile ci sono difficoltà a reperire una postazione fissa per scaricare la posta elettronica. Mancano quasi completamente gli internet cafè ed anche gli hotel prediligono la rete senza fili.

 

Martedì, 22 Giugno: Page – Antelope Canyon – Monument Valley – Kayenta

L’Arizona è terra d indiani, basta leggere il nome di alcune contee sulla mappa per intuirlo: Coconimo, Yavapai, Navajo, Apache, Cochise.

Puntuali alle ore 10.30 ci troviamo sullo spiazzo da cui partono le escursioni per l’Antelope Canyon, andiamo al chiosco in legno che funge da biglietteria e paghiamo il “tour” prenotato ieri pomeriggio. Ci sediamo sulle panchine in legno all’ombra del fabbricato, mentre i Navajo giocano a carte e scherzano tra di loro. Alle ore 11.00 in punto una guida fa l’appello ad alta voce ed indica su quale camioncino dobbiamo salire. Dopo alcune conte infruttuose, partiamo a tutta velocità su un terreno di sabbia sconnesso che ci porta all’ingresso dello slot canyon. Entriamo e camminiamo quasi al buio in una stretta fessura tra due alte pareti di roccia. L’Antelope è diventato famoso perché è il regno degli appassionati di fotografia, ma scattare fotografie lì dentro non è per niente facile. La mancanza di luce, l’affollamento di gente, la sabbia che si alza dal terreno e crea una patina di foschia: sono tutti fattori che rendono complicati gli scatti, anche se si lavora in manuale o in priorità di diaframma.

Terminata l’escursione, consumiamo velocemente un sandwich sotto il sole e poi, trovandoci già sulla AZ-98, ci dirigiamo verso Kaibito fiancheggiando la catena montuosa delle White Mesa ed il Rainbow Plateau. Il territorio, sul quale crescono solo pochi arbusti, è desertico e le montagne sembrano delle fette di torta servite su un piattino di ceramica. Sono rosse, bianche e gialle. Arrivati sulla US-160 attraversiamo la Klethla Valley, scolliniamo la Black Mesa, prendiamo a sinistra la US-163, attraversiamo senza fermarci Kayenta e dopo un breve sconfinamento nello Utah arriviamo al famosissimo Monument Valley Tribal Park. Prendendo spunto dai racconti di altri viaggiatori, avevamo già deciso di affrontare il loop con la nostra macchina anziché con le escursioni organizzate dai Navajo. Probabilmente con il senno di poi avremmo optato per questa soluzione, in quanto la pista è realmente accidentata e piena di insidie, tra buche, sobbalzi, pietre e sassi che spuntano dal terreno. Bisogna guidare con molta attenzione ed è superfluo dire che bisogna fare il giro a bassa velocità, in qualche tratto addirittura a passo d’uomo. Vedo due esemplari di cavallo mustang al pascolo, accosto la macchina al lato della pista e mi avvicino lentamente per fotografarli. In un primo momento la mia presenza crea in loro un certo nervosismo, poi una volta capito che non ho propositi bellicosi, abbassano la testa e si rimettono a brucare i ciuffi d’erba che spuntano dalla terra rossa. In prossimità di alcuni belvedere, i nativi hanno improvvisato dei mercatini di prodotti artigianali all’aperto. Solitamente sono gestiti da donne e bambini, gli uomini invece sono impegnati sui camioncini delle escursioni da loro organizzate. Fermatevi comunque ai vari view point e vi sembrerà di visitare un posto che vi è famigliare. Chi di voi non ha mai visto un film o un documentario ambientato qui alzi la mano. Allora? Non vedo nessuna mano alzata….

Avendola usata solo come base di appoggio logistico serale, non sono riuscito a farmi un’idea esaustiva su Kayenta. La cittadina si sviluppa lungo il percorso della US-163 e la maggior parte dei servizi sono concentrati all’incrocio di quest’ultima con la US-160. Ci sono delle stazioni di servizio, alcuni fast food ed un supermercato. A prima vista mi sembra un posto piuttosto anonimo, non si riesce a decifrare un “centro” per come lo intendiamo noi, le casette ad un piano sono tutte uguali e c’è poca gente che gira per le strade dopo il tramonto.

L’Arizona è situata nella fascia oraria Mountain Standard Time, ma è l’unico stato occidentale che non adotta l’ora legale dalla primavera all’autunno. Fa eccezione la Navajo Nation, che si adegua all’ora legale e che quindi è un’ora più avanti rispetto al resto dello stato.

 

Mercoledì, 23 Giugno: Kayenta – Grand Canyon NP - Tusayan

In poco meno di tre ore, percorrendo in successione la US-160, la US-89 e la AZ-64 arriviamo all’entrata est del Grand Canyon NP. Ovviamente ci troviamo sulla sponda sud del parco (South Rim) e dopo poche miglia arriviamo al primo belvedere, il Desert View, dove si trovano vari servizi tra cui una stazione di benzina, un centro visitatori ed una torre di osservazione. Il primo impatto con il Grand Canyon fa venire la pelle d’oca, anche se la temperatura oscilla sui 27 °C. E’ maestoso! Ci lascia a bocca aperta e non riusciamo a spiccicare parole. Dal lookout parte un sentiero scosceso che scende per alcune decine di metri nel canyon, tra piccole piante grasse con i fiori color lillà ed arbusti secchi, dal quale si possono rubare degli scatti suggestivi su quello che ci sta di fronte. Percorriamo la strada all’interno del parco, la Desert Drive, tra piante di ginepro e pini gialli (pinus ponderosa) e ci fermiamo ai belvedere segnalati sulla guida: Navajo Point, Lipan Point (secondo noi quello con le vedute più belle), le vecchie rovine ed il museo di Tusayan, Moran Point ed infine Grandview Point. Dopo che lo avevamo lasciato due giorni fa a Page, da quasi tutti i view point riusciamo ad intravedere alcuni tratti del Colorado River scorrere in un percorso tortuoso un chilometro e mezzo sotto di noi. Peccato che l’atmosfera sia intrisa da un piccolo strato di foschia, che non permette una visione nitida della North Rim.

Usciamo dal parco e ci rechiamo a Tusayan, località che si trova a poche miglia dal canyon ed è dotata di una buona scelta di servizi. Prendiamo posto nel nostro motel e poi andiamo a fare la spesa al supermercato.

Alle ore 19.00 siamo di nuovo nel parco, parcheggiamo la macchina al centro visitatori ed a piedi raggiungiamo la zona di Mather Point (chiuso per lavori in corso) per assistere al rituale “sacro” del tramonto. E’ una esperienza che merita di essere vissuta, uno dei regali più belli che la natura ci abbia mai fatto. La roccia muta di colore in base alla quantità di luce che la colpisce. Arancione dove i raggi riescono ancora ad illuminarla, vermiglio dove la luce se ne è appena andata, giallastra, verde e grigia nelle zone in ombra. C’è moltissima gente assiepata sulla riva del canyon che assiste a questo spettacolo in religioso silenzio, in un ambiente ovattato dove si sente a malapena il rumore delle piante scosse da qualche folata di vento. Luce, colori e silenzio dicevo: bastano questi pochi elementi della natura a creare la chimica giusta per un’atmosfera magica. Al termine siamo riluttanti a lasciare questa scenografia per rituffarci nella nostra “normalità”.

Dopo una giornata torrida si è alzato un venticello fresco che dapprima ci porta una ventata di sollievo e poi ci costringe ad indossare la felpa a maniche lunghe. Il sole ha picchiato tutto il giorno ed io, rapito dalle bellezze che avevo di fronte, mi sono dimenticato di spalmarmi la dose giornaliera di crema solare e quindi, ahimé, la pelle si sta lamentando.

Concludiamo la serata a Tusayan in una steakhouse. Mentre ci accingiamo ad entrare nel parcheggio del ristorante in pieno centro del paese, un grosso esemplare di cervo maschio adulto ci attraversa placidamente la strada e si ferma a brucare l’erba nella zona del cinema IMAX. Il menù prevede per antipasto un esemplare di rattlesnake fritto nell’olio (serpente a sonagli), che Elisabetta gentilmente declina, poi gustiamo la Cowboy Steak di top sirloin, con fagioli in padella, mezza pannocchia di mais bollita, una patata cotta nel cartoccio e servita con la buccia, fette di pane caldo tostato e burro. Il tutto ovviamente accompagnato da una buona birra fresca indiana.

 

Giovedì, 24 Giugno: Tusayan – Grand Canyon NP – Williams

Mentre facciamo colazione, comodamente seduti sulle poltrone in camera da letto, assistiamo alla mesta conclusione della spedizione italiana alla Coppa del Mondo di calcio, per mano della Slovacchia. L’Italia si classifica ultima nel girone più facile del torneo e raccoglie il peggior risultato della sua storia.

Rientriamo nel parco e ci fermiamo alla Yavapai Observation Station. Dalla guida  leggo: “Circa 70 milioni di anni fa, una vasta parte di quel territorio che divenne poi la zona sud-occidentale degli Stati Uniti iniziò a sollevarsi. La pressione causata dalla collisione delle placche tettoniche spinse l’altopiano del Colorado dal livello del mare ad oltre 3000 metri di altezza. La parte del canyon che si può vedere sia dalla North che dalla South Rim non è altro che uno squarcio in mezzo ad una prominenza nella parte sud-occidentale dell’altipiano del Colorado, chiamata Kaibab Uplift (rialzo di Kaibab). Il canyon in se stesso si è formato nel corso degli ultimi 5-6 milioni di anni. Prove sperimentali suggeriscono che i 600 metri più profondi, che si trovano alla base del canyon, sono stati scolpiti negli ultimi 750.000 anni. L’obiettivo di ogni goccia di pioggia, di ogni roccia e di ogni granello di sabbia è di ritornare al mare. Defluendo dalle pendici occidentali delle Montagne Rocciose meridionali ed attraversando l’altipiano del Colorado, l’acqua trasportava ghiaia, sabbia e rocce, facendosi strada tra gli strati più antichi. Senza il sollevamento  dell’altopiano del Colorado, non ci sarebbero stati migliaia di metri di roccia al di sopra del livello del mare da attraversare.”

Oggi abbiamo in programma la visita alla parte ovest della riva, raggiungibile solo a piedi o in navetta. Lasciata la macchina in uno dei parcheggi, ci presentiamo al Village Route Transfer dove c’è il capolinea degli shuttle della linea rossa “Hermits Rest Route”. Facciamo un po’ di coda e poi finalmente partiamo con destinazione Trailview Overlook, il primo view point del “tour”. Da qui ad Hopi Point, seguiamo il percorso a piedi del Rim Trail passando per Maricopa Point e Powell Point. Ai lati del sentiero incontriamo una vegetazione formata da arbusti, cactus che fanno dei fiori gialli e pini di media altezza, oltre che tronchi di pino secchi. Tra i rami di pino intravediamo degli esemplari di violet green swallow (rondine viola verde). L’altitudine e l’aria rarefatta si fanno sentire a livello fisico, ma nonostante questo camminiamo di buona lena. Ad Hopi Point incontriamo una comitiva di persone dai tratti somatici orientali, diciamo giapponesi. Ci sono bambini, anziani, adolescenti e persone di mezza età. Tutti indossano una maglietta di cotone a maniche corte di color marrone, in pratica hanno la divisa. Mentre siamo seduti su un muretto in pietra a sorseggiare dell’acqua fresca, uno di loro si siede per terra proprio davanti a noi e sul retro della maglietta leggiamo: Enomoto Family Reunions e sotto l’elenco di tutti gli incontri che si sono svolti fin qui ad intervalli di cinque anni, da 1960 Los Angeles California al 2010 Grand Canyon National Park Arizona, passando per Denver, Lake Tahoe, Sylvan Lake e Las Vegas. Da Hopi Point in avanti decidiamo di prendere lo shuttle e ci fermiamo prima a Mohave Point, poi a The Abyss ed infine ad Hermits Rest, l’ultimo belvedere della zona ovest. Anche da questa parte del canyon riusciamo a scorgere più volte il corso del Colorado River, che grazie al suo colore azzurro è facilmente localizzabile tra le rocce colorate che formano i sub strati della grande gola. Rientriamo alla base e lasciamo a malincuore il parco, che in questi due giorni ci ha regalato grandi emozioni.

Nel tardo pomeriggio ci trasferiamo a Williams, un’ottantina di chilometri a sud di Tusayan sempre sulla AZ-64, mentre l’autoradio trasmette il brano Live your life interpretato dal famoso rapper T.I. King in coppia con Rihanna. La cittadina si trova appena fuori della Kaibab Forest e vive tuttora sul mito della Route 66. Si sviluppa sulla via principale, che è uno dei segmenti originali di quella che fu chiamata la Mother Road, attorno alla quale si trovano caratteristici edifici in mattone rosso e legno tra cui motel, ristoranti, negozi di souvenir, banche e stazioni di servizio. Ci sono anche un paio di musei. Dopo diversi giorni di deserto, troviamo finalmente una parrucchiera (Stephanie) che gentilmente prolunga l’orario di apertura del suo piccolo negozio solo per noi.

Tra la Route 66 e qualche Harley Davidson parcheggiata fuori dai pub, non posso dimenticarmi di Dennis Hopper che da pochi giorni ci ha lasciato. Insieme a Peter Fonda e Jack Nickolson, fu protagonista e regista di un film che fece epoca: “Easy Rider”. Bellissimo!

 - In viaggio con Ricky

foto: Mount St. Helens (Washington, Stati Uniti)

 

Venerdì, 25 Giugno: Williams – Las VegasPortland - Centralia

La cittadina di Williams si chiama così in onore di William “Old Bill” Williams, famoso mountain man ed esploratore. Guidò diverse spedizioni in quella che a quel tempo veniva comunemente chiamata la “frontiera del west”, che comprendeva il Texas, la California, le Montagne Rocciose, Yellowstone, il Santa Fe Trail, l’Arizona ed il Colorado. Williams partecipò anche alla spedizione di Joe Walker nella Yosemite Valley. Lasciamo la cittadina di buon mattino sotto un cielo stranamente cupo. Sarà per l’emozione di guidare sulla Route 66 oppure sarà perché non ho ancora digerito bene i tacos di ieri sera, fatto sta che mi ritrovo a guidare per alcune decine di metri contromano, prima che la ragione mi riporti sulla retta via.

Prendiamo la I-40 direzione Los Angeles e guidiamo per alcune decine di miglia immersi nella Kaibab Forest, lasciamo sulla destra Seligman e Kingman, cittadine che vivono anch’esse nel mito della Route 66. Appena fuori Kingman svoltiamo a destra sulla US-93 che ci riporterà a Las Vegas. Man mano che ci avviciniamo a quella che Elisabetta ha definito giustamente la città dei balocchi di collodiana memoria, il paesaggio si trasforma in una pianura riarsa, mentre la colonna sonora che ci accompagna è formata dalle hit del momento: Hot n’ Cold di Katy Perry, Russian Roulette di Rihanna e quello che sta diventando il tormentone di questi giorni, Alejandro di Lady Gaga. In mezzo a questo paesaggio dominato dal vento e dalla solitudine, di tanto in tanto intravediamo sul ciglio della strada delle piccole croci di legno, in memoria e ricordo di chi ha perso la vita in queste lande desolate. Su una di esse hanno appeso il “cavallo” in metallo, simbolo della casa automobilistica Mustang.

Arriviamo a Las Vegas in circa quattro ore, al netto di una lunga coda per lavori in corso nei pressi della Hoover Dam, una breve visita alla diga, ed un posto di blocco della polizia. Non vediamo il cartello di benvenuto in Nevada sul bordo della strada, ma capiamo subito di essere arrivati nuovamente nel Silver State grazie ai luminosi casinò che fanno bella mostra di se.

Da circa una settimana, abbiamo un conto in sospeso con un outlet di Las Vegas che si trova proprio vicino all’aeroporto. Terminata la visita con reciproca soddisfazione (nostra e dei commercianti), consegniamo la macchina nel nuovo ed avveniristico McCarran rent a car Center, struttura a tre piani nella quale si trovano gli uffici di tutte le compagnie di autonoleggio, ed è collegata all’aeroporto con delle navette gratuite che partono ogni 5 – 10 minuti.

Dopo 11 giorni e 2199 miglia, termina qui il nostro on the road “San Francisco – parks of the Southwest 2010”. Adesso ci aspettano Krystyna e la sua famiglia.

Arriviamo all’aeroporto di Portland con una mezz’oretta di ritardo, sbrighiamo velocemente le pratiche di sbarco ed appena fuori della zona arrivi incontriamo Jeremy, che è lì già da un po’ ad aspettarci. Carichiamo i bagagli sul suo fuoristrada e via verso casa. Passiamo il ponte sul Columbia River che segna il confine tra l’Oregon e lo stato di Washington. Il paesaggio formato da boschi, laghi e cime innevate ci ricorda, se non ce ne fossimo ancora accorti, di essere  arrivati nel Pacific Northwest.

 

Sabato, 26 Giugno: Centralia

Dedichiamo l’intera mattinata al Battesimo di Benjamin, a cui ho fatto da padrino. La cerimonia religiosa con rito cattolico, si è svolta presso la chiesa di St. Joseph a Chehalis ed è stata celebrata da Padre Todd.

Nel primo pomeriggio spunta finalmente un pallido sole che riscalda l’atmosfera e ci permette di incominciare a conoscere la vera provincia americana, grande volano e risorsa di questo paese.

Centralia, chiamata così perché si trova a metà strada tra Portland e Seattle, è una cittadina che si sviluppa su un reticolo di vie nel centro storico, con edifici in stile coloniale generalmente ad un piano e con il tetto a terrazza, occupati principalmente  da negozi di antiquariato, general store, groceries e pubs. Entriamo in uno di questi: l’atmosfera è cupa, gli arredamenti in legno stile metà novecento, il banco di mescita è disposto sulla sinistra rispetto alla porta d’ingresso, gli avventori seduti di fronte al bancone su alti sgabelli. Solo la tv al plasma, sintonizzata su ESPN che trasmette partite di baseball, dà un tocco di modernità al locale. Fuori, sulla via principale, un via vai di macchine d’epoca fanno bella mostra di se in attesa della parata di stasera. Manifesti di cartone attaccati alle vetrine dei negozi, invitano la popolazione ad uno spettacolo di Burlesque che si terrà stasera al teatro. In periferia le casette sono in legno, ad un piano, con il loro bel giardinetto curato sul davanti. Fuori della porta d’ingresso sventola la bandiera statunitense. Oltre alla cassetta della posta, riconoscibile per la scritta US Mail, ci sono le cassette per la consegna porta a porta dei quotidiani.

 

Domenica, 27 Giugno: Centralia, escursione a Mount St. Helens

Dedichiamo l’intera giornata all’escursione al Mount St. Helens National Volcanic Monument. Partiamo a metà mattinata tutti assieme con la monovolume che Jeremy si è fatto prestare da suo padre. Il 18 maggio 1980, il vulcano eruttò con una potenza di una bomba di 24 megatoni, distruggendo centinaia di chilometri quadrati di foresta e spazzando via circa 390 metri della sua corona. Il Mount St. Helens Visitor Center, immerso in una distesa di piante selvatiche da cui si vede un branco di cervi al pascolo, ha una mostra permanente che illustra la storia e la geologia del luogo. E’ possibile vedere un video che ripropone le prime immagini televisive inviate dal luogo della calamità e l’intervista al Presidente Jimmy Carter effettuata da un giovane Peter Arnett, famoso anchorman della CNN. Ci addentriamo nel parco ed arrivati al Loowit Viewpoint, ci incamminiamo a piedi per un sentiero spoglio che tra tronchi di legno pietrificati ed una vegetazione che tuttora dopo 30 anni stenta a crescere, ci conduce al Johnston Ridge Visitors Center. Qui i visitatori hanno la possibilità di assistere ad un interessante filmato orientativo, che viene riproposto ogni mezz’ora.

 

Lunedì, 28 Giugno: Centralia

Gli Stati Uniti sono il paese delle code, che qui vengono chiamate line. Si usano dappertutto, negli uffici pubblici, nelle banche, nei negozi e nei supermercati. In Italia abbiamo bisogno del numero progressivo per mantenere un po’ di ordine, dove fino a pochi anni fa regnava l’anarchia più assoluta. Qui invece non ho mai visto nessuno fare il furbo. Chiunque arrivi chiede gentilmente dove termina la coda e lì si posiziona.

In Italia l’espressione Drive Thru (letteralmente guidare da una parte all’altra) viene generalmente associata alle corse di automobilismo, nello specifico quando un pilota deve scontare una penalità e per farlo deve attraversare la corsia dei box a velocità ridotta. Qui invece il Drive Thru rappresenta un servizio aggiuntivo che viene offerto ai clienti. Per esempio: nelle banche si può passare in macchina a pagare le bollette oppure a ritirare denaro dagli sportelli ATM, nei fast food per ritirare l’ordinazione fatta telefonicamente da casa. 

Una curiosità sono i Garage Sale. In periodi economici di vacche magre come adesso, la gente tira fuori dagli sgabuzzini e dai ripostigli le cianfrusaglie, i mobili antichi, i libri, le lampade e li mette in vendita nel proprio garage. Solitamente nei fine settimana. La vendita viene pubblicizzata con dei manifestini che vengono appesi ai pali della luce agli angoli delle strade. Il tutto per la gioia degli antiquari, che poi rivendono la merce acquistata per pochi dollari a prezzi decuplicati. Mia cognata Krystyna ne sa qualcosa, anche lei girava i Garage Sale, acquistava la merce, la esponeva in una bancarella affittata all’interno di un negozio di antiquariato del centro e lì la vendeva.

Concludiamo la giornata con un barbecue a base di ottima carne organizzato da Jeremy, al quale partecipano anche i loro amici Jim e Shawn, oltre alla vicina di casa Evelyn.

 

Martedì, 29 Giugno: Centralia, escursione a Seattle

Per iniziare a conoscere una città non bastano poche ore, però a prima vista posso affermare che Seattle è una città “giovane”. In alcuni aspetti ci ricorda Sydney (la baia, il molo) ed in altri Perth (il contrasto in centro tra edifici vecchi e nuovi, la gente dai chiari tratti somatici anglosassoni, il modo di vestire).

Dapprima visitiamo Yancy Street, la via nella quale ha vissuto per molti anni uno zio paterno di mia mamma. Emigrò negli Stati Uniti nel 1910 e rientrò per la prima ed ultima volta in Italia il giovedì santo del 1949, per morire un mese dopo nella casa di famiglia. La via, che si trova nella zona del porto, è piuttosto anonima e le poche casette in legno colorate si affacciano solo su un lato della strada. Scendiamo dalla macchina con la remota speranza di trovare delle tracce sulla vita dello zio. Decidiamo di chiedere informazioni agli abitanti del posto, magari qualcuno di loro ha origini italiane e ci potrà dire qualcosa. Ci avviciniamo rispettosi alle proprietà, suoniamo il campanello dove c’è oppure bussiamo alla porta d’ingresso. In alcune abitazioni nessuno viene ad aprirci, dall’abbondanza di volantini pubblicitari che escono dalle cassette della posta e dallo stato di degrado degli interni che riusciamo ad intravedere dai vetri delle finestre, intuiamo che sono disabitate. In un paio invece troviamo i proprietari. Da come vestono e da come si comportano capiamo subito che si tratta di persone che hanno grossi problemi sociali e di salute. Il primo è seduto su una piccola sedia in legno sul terrazzo che da sul giardino, ha lo sguardo perso nel vuoto e gira freneticamente una sigaretta tra il pollice e l’indice della mano sinistra, l’altro invece sembra reduce da una lunga nottata di “baldoria”. Entrambi ovviamente non sono in grado di aiutarci, anche se rispondono gentilmente alle nostre domande. Desistiamo dai nostri propositi e decidiamo di andare in centro.

La città sorge in una bella posizione, è circondata da una corona di verdi colline sulle quali spuntano come funghi delle casette in legno, il porto si affaccia sulla baia del Puget Sound. La vita tra Pioneer Square e Public Market è molto movimentata, tra gallerie d’arte indiana, negozi di antiquariato, banche, ristoranti e caffé. Sui marciapiedi alcuni artisti di strada suonano la chitarra. Dai banchi dell’affollatissimo mercato spuntano venditori di pesce fresco, di frutta profumata, di olio, aceto, di trecce di peperoncino e di cibi orientali. La gente, per lo spuntino di metà giornata, acquista del cibo take away e lo consuma sulle panchine in legno dei belvedere, che in centro città sovrastano la baia.

La sera tutti insieme festeggiamo il compleanno di Agata, una ragazza polacca che vive con la sua famiglia a Chania nell’isola di Creta (Grecia), nostra conoscente da moltissimi anni e che non vedevamo ormai dal lontano 1999. Anche lei è qui in vacanza da Krystyna ed è stata la madrina al Battesimo di Benjamin. In realtà il suo compleanno sarebbe domani, però festeggiamo stasera perchè domani mattina parte per l’Europa e dopo un interminabile viaggio con scali a Philadelphia, Monaco di Baviera ed Atene, arriverà finalmente a casa.

 

Mercoledì, 30 Giugno: Centralia, escursione ad Olympia

Dopo colazione una lunga passeggiata mi conduce nella campagna fuori città, tra basse casette di mattoni faccia a vista, con serramenti in legno colorati di bianco, giardini ben curati e SUV parcheggiati davanti al garage. Arrivo ad una vecchia scuola in legno, immersa in un giardino pieno di fiori di campo variopinti, risalente ad occhio e croce alle prime decadi del 1900.

Dedichiamo il pomeriggio alla visita di Olympia, la capitale dello stato di Washington. La graziosa cittadina è situata sulla riva meridionale del Puget Sound, sugli edifici pubblici campeggia la bandiera verde smeraldo dello stato di Washington, con al centro l’effigie di quello che fu il primo presidente degli Stati Uniti d’America. Su una collina svetta il Capitol Hill, il palazzo del governo dello Stato, che visitiamo. Riusciamo ad accedere alle due Camere, quella dei Rappresentanti ed il Senato, in quanto non ci sono sedute in corso. Sulla porta d’ingresso delle Camere ci sono i nomi e le foto degli eletti. Facciamo due conti e constatiamo che anche qui non ci siamo proprio con le quote rosa. Nella Camera dei Rappresentanti per esempio, sono state elette 27 donne su 98 posti disponibili.

Ci rechiamo al porticciolo dove, tra gabbiani che svolazzano a bassa quota, la gente se ne sta seduta sulle panchine a leggere, suonare la chitarra o consumare un fish and chips.

Il giorno della festa nazionale del 4 Luglio si sta avvicinando e nelle cittadine incomincio a vedere delle bancarelle ambulanti che vendono fuochi d’artificio.

Jeremy da buon cuoco decide di farci provare per cena i veri hamburger fatti in casa, serviti con sottilette di formaggio giallastro, lattuga, pomodoro e dressings (salse).

 - In viaggio con Ricky

foto: museo della Coca Cola, Atlanta (Georgia, Stati Uniti)

 

Giovedì, 1 Luglio: Centralia – Seattle – Atlanta

La pioggia, questa sconosciuta! Era dalla mattinata parigina del 12 Giugno che non ne avevamo traccia, quasi tre settimane fa. Per noi abituati alle calde estati dell’Europa mediterranea, questo clima fresco ed estremamente variabile non è dei migliori. Krystyna mi dice che se le previsioni del tempo dicono raining, significa che pioverà tutto il giorno. Senza scampo.

La I-5 che ci conduce all’aeroporto di Seattle Tacoma è come al solito molto trafficata, tanto che per coprire le circa 80 miglia del percorso ci mettiamo circa due ore. Negli USA gli aeroporti sono organizzati così: ogni compagnia ha un suo spazio nella zona partenze contrassegnato da un cartello sul marciapiede. Le macchine, i taxi, gli shuttle scaricano i passeggeri nelle rispettive zone in base alla compagnia con cui devono effettuare il volo.

sul volo Delta 2768….

Mentre con il Boeing 757/200 della Delta Airlines sorvoliamo il Montana e ci approssimiamo al Wyoming, l’hostess finalmente ci offre un ottimo caffé caldo. Sotto di noi le nubi si stanno diradando ed incominciamo a scorgere le cime più occidentali delle Rocky Mountains. In Nebraska invece gli appezzamenti di terreno sono quadrati e su ogni lato scorre una stradina.

Curiosità:

Formato della data: mm-gg-aaaa (in inglese mm-dd-yyyy). Rispetto a noi, mettono sempre al primo posto la cifra del mese e non quella del giorno.

Prezzi: solitamente vengono esposti senza tasse, che poi vengono aggiunte alla cassa. Oltre alle tasse dello Stato, in qualche posto aggiungono pure la tassa della Contea.

Ora: l’ora di riferimento è sempre quella della costa est e viene indicata con il simbolo ET.

Dopo circa cinque ore di volo, arriviamo all’aeroporto Hartsfield Jackson di Atlanta, che lo scorso anno ha battuto il record di traffico nel mondo.

 

Venerdì, 2 Luglio: Atlanta

In hotel incontro diverse persone che provengono dagli stati del Centro e Sud America, e per tener allenato il mio spagnolo scambio quattro chiacchiere con loro. Sono qui ad Atlanta per la 59° Assemblea Mondiale della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno.

Dedichiamo la giornata alla visita del centro città. Ritorniamo con il pulmino messoci a disposizione dall’albergo in aeroporto, prendiamo il treno della linea Marta che ci conduce a downtown e scendiamo alla stazione di Peachstreet. In periferia notiamo delle casette di legno in stile vittoriano. C’è poco traffico sulle arterie della città. Sulle vetrine dei negozi appaiono in bella mostra dei manifesti che avvisano i clienti che Lunedì 5 Luglio, dopo la prevedibile bisboccia del giorno prima, osserveranno una giornata di riposo.

Prima tappa al World of Coca Cola. All’ingresso facciamo una lunga coda con un gruppo di brasiliani, ancora avviliti per la sconfitta della nazionale verde oro nei quarti di finale della Coppa del Mondo contro l’Olanda. Tra filmati tridimensionali, pop art, pop culture e milestone history arriviamo alla Taste Room, dove si possono assaggiare tutti i prodotti della multinazionale, addirittura divisi per continente di produzione. Si assaggia a volontà tanto che all’uscita Riccardo lamenta dei dolori allo stomaco. E’ saltato dall’America all’Asia passando per l’Oceania in un battibaleno, ed adesso ne paga le conseguenze.

Passeggiamo per il Centennial Olympic Park, dove vari monumenti in marmo  celebrano i protagonisti dei Giochi Olimpici del 1996, quelli che dovevano disputarsi ad Atene ed invece si disputarono qui grazie al potere economico e politico delle Coca Cola. Offrirono comunque uno dei momenti più alti nella storia dello sport moderno, con l’accensione del tripode olimpico da parte di un tremolante ed ammalato Cassius Clay, alias Mohammad Alì, uno dei più grandi pugili della storia, sicuramente il più famoso.

Ultima tappa della giornata al CNN Center. Essendo esaurito non possiamo visitare gli interni e gli studi televisivi, però giriamo per i negozi situati al piano terra.

 

Sabato, 3 Luglio: Atlanta

Scrivo queste poche righe seduto su una comoda poltrona della zona partenze dell’aeroporto Hartsfield Jackson. Arrivati qui abbiamo fatto il self check in. In uno dei terminali messi a disposizione dalla compagnia, abbiamo inserito il numero di prenotazione, confermato i passeggeri ed inserito il numero di bagagli da stiva. A questo punto viene richiesta la lettura del passaporto elettronico, lo inseriamo nell’apposito lettore, il terminale ci fa alcune domande tra cui se risediamo in Italia e se abbiamo compilato all’ingresso il modello verde I-94W. Se la risposta è affermativa vengono stampate le carte di imbarco. Al termine andiamo al baggage drop e consegniamo il bagaglio da stiva.

Il caldo soffocante di Atlanta, le notti in bianco passate a causa del jet lag, la nostalgia per i luoghi visitati e per le persone conosciute. Che bei ricordi! Sono tutte emozioni che si rincorrono nella mia mente e quindi non mi resta che chiudere la mia moleskine e riporla definitivamente nel mio zainetto. La nostra America finisce qui, per il momento.

Alla prossima.

 

INFORMAZIONI UTILI:

Al momento del nostro viaggio:

- Agli sportelli ATM, non tutti gli istituti bancari accettano bancomat del circuito Maestro, mentre tutti accettano quelli del circuito Cirrus.

- Il servizio sanitario nazionale non ha una convenzione sanitaria con gli Stati Uniti e quindi è necessario stipulare un’assicurazione sanitaria privata.

- Procurarsi un adattatore di corrente di tipo americano, con un contatto a terra e due contatti paralleli piatti.

Update:

- A partire dal mese di Settembre 2010, l’autorizzazione ESTA è a pagamento.

 

RINGRAZIAMENTI:

Gli amici viaggiatori Ornella e Gervasio, Marzia e Massimo, gli autori dei diari di viaggio scaricati da vari siti internet e tutti quelli che “postano” nei vari forum. In particolare Marco, l’amministratore del forum Vacanzeinamerica e tutti gli utenti che mi hanno dato dei consigli, in particolare omar, acfraine e PandaTheGreat.

 

RACCONTO FOTOGRAFICO:

Album fotografico USA Ovest

 

AUTORE:

Stefano Tomada

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